Più regioni con misure restrittive anti-Covid


Dall’8 marzo passano in zona arancione le regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Dalla medesima data, in zona rossa passa la Campania (Ministero Salute – ordinanze 05 marzo 2021).

In base alle Ordinanze del Ministero della Salute sono attualmente ricomprese:


– nell’area bianca: Sardegna;


– nell’area gialla: Calabria, Lazio, Liguria, Puglia, Sicilia, Valle d’Aosta;


– nell’area arancione: Abruzzo, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Provincia Autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento, Umbria, Veneto;


– nell’area rossa: Basilicata, Campania, Molise.


Bonus sud e credito d’imposta investimenti 4.0: regole di cumulo


Forniti chiarimenti in merito alla cumulabilità del credito di imposta per investimenti in beni strumentali nuovi, introdotto dalla legge di Bilancio 2020, e il credito di imposta sisma centro Italia, il fisco (Agenzia delle Entrate – Risposta 05 marzo 2021, n. 157).

La disciplina del credito di imposta sisma centro Italia esclude la cumulabilità con altri aiuti di Stato, anche de minimis, non escludendo tuttavia espressamente la possibilità di cumulo con misure di carattere generale. Tenuto conto che il credito di imposta per investimenti introdotto dalla legge di Bilancio 2020 è una misura di carattere generale, si ritiene che, in relazione ai medesimi investimenti, lo stesso sia cumulabile con il credito di imposta sisma centro Italia, a condizione che tale cumulo non porti al superamento del costo sostenuto per l’investimento.


Bonus facciate: precisazioni dal Fisco


Fornite precisazione sul bonus facciate introdotto dalla Legge di bilancio 2020 (Agenzia delle Entrate – Risposta 05 marzo 2021, n. 154).

Sul presupposto essenziale che la porzione di immobile sui cui sono operati gli interventi risulti visibile da suolo ad uso pubblico e sia stipulata in tale senso apposita convenzione con l’Amministrazione Comunale che ne disciplini l’uso, ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti di legge, il Fisco ritiene che gli interventi operati sulla facciata possano fruire della detrazione cd. bonus facciate.


Struttura privata accreditata al SSN: comunicazione al sistema TS


La struttura privata accreditata al Servizio sanitario nazionale, e nel caso in cui tale accreditamento perdura, comunicherà al Sistema TS tutte le prestazioni sanitarie rese a partire dal 1° gennaio 2020, senza indicazione della modalità di pagamento e indipendentemente dalla modalità di pagamento medesima (Agenzia delle Entrate – Risposta n. 158 dell’8 Marzo 2021).

A decorrere dall’anno di imposta 2020, i dati delle spese sanitarie e veterinarie forniti ai fini della dichiarazione precompilata sono esclusivamente quelli relativi alle spese effettuate con i metodi di pagamento tracciabili, ad eccezione delle spese sanitarie sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché delle prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale.
Tenuto conto che questa deroga prende a riferimento il soggetto che eroga la prestazione cui si riferisce la spesa, senza disporre che si debba trattare di prestazione resa in convenzione con il SSN, si ritiene che la disposizione in base alla quale ai fini Irpef la detrazione dall’imposta lorda nella misura del 19 per cento degli oneri indicati nell’articolo 15 del Tuir, e in altre disposizioni normative spetta a condizione che l’onere sia sostenuto con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento, non si applica, tra l’altro, alle detrazioni per prestazioni sanitarie rese dalle strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale.
Pertanto, nel caso di una struttura privata accreditata al Servizio sanitario nazionale e sinché tale accreditamento perdura, la stessa comunicherà al Sistema TS tutte le prestazioni sanitarie rese a partire dal 1° gennaio 2020, senza indicazione della modalità di pagamento e indipendentemente dalla modalità di pagamento medesima.

Condizioni di accesso al bonus locazioni per gli enti non commerciali


Per gli enti non commerciali che svolgono solo, occasionalmente, attività commerciale e che, pertanto, non dispongono di partita IVA, il credito d’imposta di cui all’art. 28, D.L. n. 34/2020 deve essere determinato sull’importo dell’affitto al lordo dell’IVA, in quanto in tale particolare ipotesi l’imposta rappresenta per l’ente non commerciale un costo che incrementa il canone di affitto dovuto (Agenzia Entrate – risposta 08 marzo 2021, n. 160).

L’art. 28 del Decreto Rilancio, al fine di contenere gli effetti negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19, ha riconosciuto ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione, con ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro nel periodo d’imposta 2019, un credito d’imposta nella misura del 60% dell’ammontare mensile del canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili ad uso non abitativo destinati allo svolgimento dell’attività industriale, commerciale, artigianale, agricola, di interesse turistico o all’esercizio abituale e professionale dell’attività di lavoro autonomo.


Il credito d’imposta spetta anche agli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, in relazione al canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili ad uso non abitativo destinati allo svolgimento dell’attività istituzionale.


L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che i predetti soggetti possono fruire del menzionato credito d’imposta, anche nelle ipotesi in cui l’ente svolga, oltre all’attività istituzionale, anche un’attività commerciale, in modo non prevalente o esclusivo.


Ai fini della determinazione del parametro dei ricavi non superiore a 5 milioni di euro, per gli enti non commerciali, devono essere considerati i soli ricavi con rilevanza ai fini IRES.


Per gli enti non commerciali che svolgono solo, occasionalmente, attività commerciale e che, pertanto, non dispongono di partita IVA, il credito d’imposta va determinato sull’importo dell’affitto al lordo dell’IVA, in quanto in tale particolare ipotesi l’imposta rappresenta per l’ente non commerciale un costo che incrementa il canone di affitto dovuto.


Dichiarazione incompleta e diritto al credito IVA

È possibile avvalersi del credito IVA maturato, anche nell’ipotesi di mancata compilazione di alcuni riquadri nel modello ai fini Ires, Iva e Irap, in presenza della dichiarazione annuale finale e della dichiarazione integrativa, purché siano rispettati i requisiti sostanziali per poter fruire della detrazione. L’Amministrazione Finanziaria, quindi, non può pretendere somme per ragioni di pura forma senza addurre rilievi sulla loro effettiva spettanza. (Corte di Cassazione – Ordinanza 03 marzo 2021, n. 5752).

La controversia trae origine dalla cartella di pagamento emessa a seguito di controllo automatizzato della dichiarazione, con il quale l’Agenzia delle Entrate ha rilevato l’incompleta compilazione della dichiarazione IVA e, ritenendola omessa, ha disconosciuto il credito indicato e utilizzato in compensazione, con conseguente irrogazione di sanzioni e interessi.
I giudici tributari hanno respinto il ricorso del contribuente rilevando l’indebita compensazione del credito IVA, in quanto la dichiarazione doveva ritenersi omessa a seguito della mancata compilazione di alcuni quadri.
La decisione è stata impugnata dalla società che ha eccepito la presentazione della dichiarazione nei termini, sebbene fossero compilati i quadri VA e VL e mancassero i quadri VE, VF, VH e VG. La società ha sostenuto che i dati relativi ai quadri mancati erano comunque riportati nella comunicazione annuale dati IVA regolarmente trasmessa e che l’omissione era stata peraltro sanata con la trasmissione della dichiarazione integrativa.

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, dichiarando la nullità della cartella di pagamento e accertando, altresì, il diritto al credito IVA.
I giudici hanno osservato che, essendo l’IVA un’imposta comunitaria, deve necessariamente darsi prevalenza alla giurisprudenza unionale che ha sempre rimarcato la necessità di distinguere tra violazioni formali e violazioni sostanziali. La Corte di Giustizia UE ha affrontano in modo ampio e generale il tema dei requisiti del diritto alla detrazione IVA ed ha distinto tra requisiti sostanziali e requisiti formali. In proposito, i giudici europei hanno affermato che in merito al diritto alla detrazione la mancata osservanza dei requisiti formali non può determinare la perdita del diritto medesimo.
In altri termini, il diritto spettante ai soggetti passivi di detrarre dall’IVA di cui sono debitori, l’IVA assolta per i beni da essi acquistati e per i servizi da essi ricevuti costituisce un principio fondamentale del sistema comune dell’IVA attuato dalla normativa dell’Unione; costituendo parte integrante del meccanismo dell’IVA e, in linea di principio, non può essere soggetto a limitazioni, proprio per garantire la neutralità dell’imposizione fiscale per tutte le attività economiche.
La sentenza impugnata ha affermato che la mancata compilazione di alcuni quadri, pur in presenza di una dichiarazione Iva annuale, inibisca l’esercizio del diritto di detrazione dell’Iva, concernente anni di imposta precedenti, da inquadrare nella violazione di legge.
La Corte di Cassazione, invece, ha affermato il principio secondo il quale “la neutralità dell’imposizione armonizzata sul valore aggiunto comporta che, pur in mancanza di dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, l’eccedenza d’imposta, che risulti da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e sia dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, va riconosciuta dal giudice tributario se il contribuente abbia rispettato tutti i requisiti sostanziali per la detrazione; in tal caso, nel giudizio d’impugnazione della cartella emessa dal fisco a seguito di controllo formale automatizzato non può essere negato il diritto alla detrazione se sia dimostrato in concreto, ovvero non sia controverso, che si tratti di acquisti compiuti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati ad IVA e finalizzati ad operazioni imponibili”.
Nel caso di specie, pertanto, la società poteva avvalersi del credito Iva maturato, anche nell’ipotesi di minore impatto, di non aver compilato alcuni riquadri nel modello ai fini Ires, Iva e Irap, in presenza della dichiarazione annuale finale e della dichiarazione integrativa purché siano rispettati i requisiti sostanziali per poter fruire della detrazione. In altri termini l’Amministrazione non può pretendere somme per ragioni di pura forma senza addurre rilievi sulla loro effettiva spettanza.
Del resto tale giurisprudenza si pone nel solco della Giurisprudenza dell’Unione Europea secondo la quale occorre che il contribuente documenti la sussistenza dei soli requisiti sostanziali del diritto a detrazione e “si mettono in guardia gli Stati membri da meccanismi di rimborso artificiosi e tali da mettere a rischio l’immediata neutralità dell’imposizione sul valore aggiunto”.
La questione, pertanto, si sposta su un piano esclusivamente di natura probatoria, nel senso che il contribuente ha diritto di recuperare il credito IVA sia pure mediante l’istituto della compensazione, ove sussista la prova della sussistenza dei requisiti sostanziali. Pertanto, nell’ipotesi in cui l’amministrazione finanziaria recuperi ai sensi dell’articolo 36 bis del DP R numero 600 del 1973 e 54 bis del DP R numero 633 nel 1972 un credito esposto nella dichiarazione oggetto di liquidazione maturato in un annualità per la quale la dichiarazione risulta omessa, il contribuente può dimostrare mediante la posizione di idonea documentazione l’effettiva esistenza del credito non dichiarato ed in tal modo viene posto nella medesima condizione in cui si sarebbe trovato (salvo sanzioni ed interessi) qualora avesse presentato correttamente la dichiarazione, atteso che, da un lato il suo diritto nasce dalla legge e non dalla dichiarazione e da un altro, in sede contenziosa ci si può sempre opporre alla maggiore pretesa fiscale allegando errori di fatto o di diritto commessi nella redazione della dichiarazione, incidenti sulla obbligazione tributaria.

Misure per imprese, autonomi e professionisti nella bozza del DL Sostegno


Misure a favore di imprese, lavoratori autonomi e liberi professionisti con fatturato fino a € 5 milioni, compresi gli agenti (platea 2,7 milioni), è quanto prevede la bozza del Decreto Sostegno, che dovrebbe essere approvato nei prossimi giorni.

Un credito d’imposta per compensare le tasse dovute oppure un indennizzo a fondo perduto, sono le 2 tipologie di interventi su cui sta lavorando il Governo.
È allo studio anche la cancellazione dei carichi fino a € 5.000 affidati alla riscossione dal 2000 al 2015, circa 60 milioni di cartelle, al fine di liberare così i contribuenti dal peso del debito verso il Fisco o verso gli enti locali. La notifica delle cartelle rimarrebbe congelata fino al prossimo 30 aprile.
Per gli indennizzi, la bozza del Decreto Sostegno non prende più in considerazione i codici Ateco, ma il parametro del calo del fatturato: il contribuente deve dimostrare di aver perso almeno il 33% nel 2020 rispetto al 2019, considerando una media mensile del fatturato 2020 e rapportandola alla media mensile del fatturato 2019.
Il Governo punta a dare aiuti a fondo perduto (su conto corrente) a 2,7 milioni tra imprese e professionisti con un fatturato fino a € 5 milioni, in base alle seguenti 4 fasce di reddito:
– fatturato fino a € 100.000 all’anno: il 30% dell’importo perso;
– fatturato da € 101.000 a 400.000 all’anno: 25%;
– fatturato tra € 401.000 e 1 milione all’anno: 20%;
– fatturato da € 1 milione a € 5 milioni: 15%;
“da valutare” l’indennizzo per le start-up.
I decreti ristori del governo Conte riconoscevano cifre parametrate al 20% della differenza di fatturato tra aprile 2020 e aprile 2019 per soggetti con ricavi 2019 sotto € 400.000, 15% in caso di ricavi tra € 400.000 e € 1 milione e 10% con ricavi tra € 1 e € 5 milioni.
La bozza del Decreto Sostegno fa riferimento a una nuova piattaforma Sogei di erogazione degli indennizzi da costruire entro 30 giorni dalla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale. Secondo lo schema i primi indennizzi arriverebbero entro 10 giorni dalla pubblicazione, mentre il totale entro il 30 aprile 2021.


Plafond Iva per l’esportatore abituale non residente


L’esportatore abituale non residente, stabilito in uno Stato membro Ue e identificato direttamente ai fini IVA in Italia, può acquistare e importare beni e servizi senza pagamento dell’Iva utilizzando il plafond di cui all’art. 8, co. 1, lett. c) e 8, co. 2, D.P.R. n. 633/1972 (Agenzia entrate – risposta 04 marzo 2021, n. 148).

Il Decreto Iva consente a coloro che effettuano esportazioni (cessioni, anche tramite commissionari, eseguite mediante trasporto o spedizione dei beni fuori del territorio della Comunità economica europea, a cura o a nome dei cedenti o dei commissionari, anche per incarico dei propri cessionari o commissionari di questi; cessioni con trasporto o spedizione fuori del territorio della Comunità economica europea entro novanta giorni dalla consegna, a cura del cessionario non residente o per suo conto, ad eccezione dei beni destinati a dotazione o provvista di bordo di imbarcazioni o navi da diporto, di aeromobili da turismo o di qualsiasi altro mezzo di trasporto ad uso privato e dei beni da trasportarsi nei bagagli personali fuori del territorio della Comunità economica europea) di effettuare, dietro presentazione di una dichiarazione d’intento, acquisti senza il pagamento dell’ IVA, nei limiti dell’ammontare complessivo dei corrispettivi delle cessioni, fatte nel corso dell’anno solare precedente ovvero nei dodici mesi precedenti (detto ammontare rappresenta, rispettivamente, il c.d. plafond fisso e il c.d. plafond mobile).


Ciò a condizione che l’ammontare di tali corrispettivi sia superiore al 10% del volume d’affari. I corrispettivi delle cessioni intracomunitarie concorrono alla determinazione del c.d. plafond ed alle relative percentuali necessarie per l’effettuazione di acquisti senza pagamento dell’ IVA.


Il medesimo decreto prevede inoltre che siano non imponibili le cessioni di beni, diversi dai fabbricati e dalle aree edificabili, e le prestazioni di servizi rese nei confronti dei soggetti che, come detto, effettuano cessioni all’esportazione ovvero cessioni intracomunitarie e si avvalgano della sopra indicata facoltà di acquistare o importare senza pagamento dell’imposta.


Analoga facoltà, di acquistare senza pagamento dell’imposta, viene riconosciuta ai soggetti che effettuano operazioni assimilate alle esportazioni nonché servizi internazionali, nei limiti dei corrispettivi afferenti dette operazioni.


Ricorrendo tali circostanze, possono effettuarsi acquisti senza pagamento dell’ IVA nei limiti del c.d. plafond maturato nell’anno precedente (o nei dodici mesi precedenti) anche quando ad effettuare le operazioni che danno accesso a tale facoltà siano soggetti esteri identificati ai fini IVA nel territorio dello Stato.


L’identificazione fiscale del non residente può avvenire, in assenza di sua stabile organizzazione, direttamente, ai sensi dell’art. 35-ter, D.P.R. n. 633/1972 ovvero a mezzo di un rappresentante fiscale.


Fatte tali premesse, per l’esportatore abituale non residente, stabilito in uno Stato membro Ue e identificato direttamente ai fini IVA in Italia, si risulta applicabile la disciplina del plafond IVA.


COVID -19: IVA su importazioni di beni necessari al contenimento


Trattamento IVA per le importazioni dei beni necessari al contenimento ed alla gestione dell’emergenza COVID-19 (AGENZIA DELLE DOGANE E DEI MONOPOLI – Circolare n. 9 del 3 marzo 2021)

La legge di bilancio (art. 1, co. 452 e 453, Legge n. 178/2020) ha introdotto novità in materia di IVA applicabile alle cessioni ed alle importazioni di particolari beni necessari al contenimento ed alla gestione dell’emergenza COVID-19.
Alla luce di quanto precisato dal Decreto milleproroghe (art. 3 ter, Legge n. 21/2021 recante conversione in legge del D. L. n. 183/2020) l’Agenzia delle dogane con la circolare in oggetto ha fornito alcuni chiarimenti di carattere operativo per la corretta attuazione delle suddette disposizioni in ambito doganale.
A tal fine ha riportato all’allegato 1 un quadro sinottico del trattamento IVA applicabile, a decorrere dal 1° gennaio 2021, all’importazione di beni necessari al contenimento e alla gestione dell’emergenza COVID-19 soggetti all’aliquota del 5%, evidenziando che, per le operazioni doganali aventi ad oggetto i suddetti beni, è stato integrato in TARIC il Cadd Q102 “Riduzione aliquota IVA per le cessioni dei beni necessari per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 (Art. 124 comma 1 del DL 19/05/2020, n. 34 convertito nella Legge n. 77 del 17/07/2020, che ha introdotto il punto 1-ter.1, parte II-bis, Tabella A del DPR 633/72)”.
L’Allegato 2, invece, offre un quadro sinottico dei beni necessari al contenimento ed alla gestione dell’emergenza COVID-19 esenti dall’IVA in base alle disposizioni contenute nella Legge di Bilancio.
Relativamente ai beni compresi nella sezione 2.1, è precisato che è stato associato in TARIC, a decorrere dal 1° gennaio 2021, il Cadd Q103 “Esenzione dall’Imposta sul valore aggiunto ai sensi dell’art. 1, commi 452 e 453 della Legge di Bilancio 30/12/2020, n. 178”, valido sino al 31 dicembre 2022.
Relativamente ai beni elencati nella sezione 2.2, inseriti in TARIC a far data dal 1° gennaio 2021 in conformità al Regolamento di esecuzione (UE) 2020/2159 della Commissione del 16 dicembre 2020, l’esenzione dall’IVA si applica alle importazione effettuate dal 20 dicembre 2020 e fino al 31 dicembre 2022.
Restano, invece, invariate le indicazioni relative all’esenzione dai dazi doganali all’importazione e dall’IVA concesse, fino al 30 aprile 2021, all’importazione dei prodotti necessari a contrastare gli effetti della pandemia da COVID-19.

Esercizio dell’opzione del regime dei lavoratori impatriati


Modalità di esercizio dell’opzione ai fini della proroga del regime previsto per i lavoratori impatriati da parte dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori autonomi (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 03 marzo 2021, n. 60353)

Modalità per l’esercizio dell’opzione


I soggetti (diversi da quelli di cui all’art. 5, co. 2, decreto-legge n. 34/2019 e da quelli di cui alla legge n. 91/1981) che siano stati iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero o che siano cittadini di Stati membri dell’Unione europea, che hanno già trasferito la residenza prima del 30 aprile 2019 e che alla data del 31 dicembre 2019 risultano beneficiari del regime speciale per lavoratori impatriati (art. 16, d.lgs. n. 147/2015), possono optare per l’applicazione delle disposizioni previste per il rientro dei cervelli (art. 5, co. 1, lett. c), decreto-legge n. 34/2019).
L’opzione è esercitata mediante il versamento in un’unica soluzione di:
a) un importo pari al 10 per cento dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia, oggetto dell’agevolazione (art. 16,d.lgs. n. 147/2015), relativi al periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione, se il soggetto al momento dell’esercizio dell’opzione ha almeno un figlio minorenne, anche in affido pre-adottivo, o è diventato proprietario di almeno un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi precedenti al trasferimento, ovvero ne diviene proprietario entro diciotto mesi dalla data di effettuazione del versamento, pena la restituzione del beneficio addizionale fruito senza l’applicazione di sanzioni. L’unità immobiliare può essere acquistata direttamente dal lavoratore oppure dal coniuge, dal convivente o dai figli, anche in comproprietà;
b) un importo pari al 5 per cento dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia oggetto dell’agevolazione (art. 16,d.lgs. n. 147/2015), relativi al periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione, se il soggetto al momento dell’esercizio dell’opzione ha almeno tre figli minorenni, anche in affido pre-adottivo, e diventa o è diventato proprietario di almeno un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi precedenti al trasferimento, ovvero ne diviene proprietario entro diciotto mesi dalla data di effettuazione del versamento, pena la restituzione del beneficio addizionale fruito senza l’applicazione di sanzioni. L’unità immobiliare può essere acquistata direttamente dal lavoratore oppure dal coniuge, dal convivente o dai figli, anche in comproprietà.
Il versamento è effettuato mediante il modello F24, senza la possibilità di avvalersi della compensazione, utilizzando un apposito codice tributo che sarà stabilito con successiva risoluzione, entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello di conclusione del primo periodo di fruizione dell’agevolazione (art. 16,d.lgs. n. 147/2015). I soggetti per cui tale periodo si è concluso il 31 dicembre 2020, effettuano il versamento entro 180 giorni dalla data del 4 marzo 2021. I termini che scadono di sabato o in un giorno festivo sono prorogati al primo giorno feriale successivo.
Se il primo periodo di fruizione dell’agevolazione è terminato il 31 dicembre 2020, il versamento è effettuato entro 180 giorni dalla data di pubblicazione del presente provvedimento.

Richiesta e comunicazione dell’opzione


Ai fini dell’applicazione dei benefici, i lavoratori dipendenti presentano al datore di lavoro una richiesta scritta entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello di conclusione del primo periodo di fruizione dell’agevolazione e, per i lavoratori per cui tale periodo si è concluso il 31 dicembre 2020, entro 180 giorni dalla data del 4 marzo 2021. I termini che scadono di sabato o in un giorno festivo sono prorogati al primo giorno feriale successivo.
La richiesta, sottoscritta dal lavoratore dipendente deve contenere: a) nome, cognome e data di nascita; b) il codice fiscale; c) l’indicazione che prima del 30 aprile 2019 la residenza è stata trasferita in Italia; d) l’indicazione della permanenza della residenza in Italia alla data di presentazione della richiesta; e) l’impegno a comunicare tempestivamente al datore di lavoro ogni variazione della residenza o del domicilio, rilevante per l’applicazione del beneficio medesimo da parte del datore di lavoro; f) i dati identificativi dell’unità immobiliare di tipo residenziale acquistata direttamente dal lavoratore ovvero dal coniuge, dal convivente o dai figli, anche in comproprietà e la relativa data di acquisto; ovvero l’impegno a comunicare tali dati entro diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione, se ne diviene proprietario entro tale ultimo termine; g) il numero e la data di nascita dei figli minorenni, anche in affido pre-adottivo, alla data di effettuazione del versamento; h) l’anno di prima fruizione del regime speciale per i lavoratori impatriati; i) l’ammontare dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia oggetto dell’agevolazione, relativi al periodo d’imposta precedente a quello dell’esercizio dell’opzione; j) gli estremi del versamento.
I lavoratori dipendenti, quindi, richiedono in via principale l’applicazione dell’agevolazione direttamente al datore di lavoro, mentre i lavoratori autonomi comunicano l’esercizio dell’opzione nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno di effettuazione del versamento.


 


Adempimenti del sostituto d’imposta


I sostituti d’imposta operano le ritenute sul 50 per cento delle somme e valori imponibili ai fini della determinazione del del reddito di lavoro dipendente, nel caso di lavoratori che al momento dell’esercizio dell’opzione abbiano comunicato almeno un figlio minorenne, anche in affido pre-adottivo, o che siano divenuti proprietari di un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia successivamente al trasferimento o nei dodici mesi precedenti al trasferimento ovvero che ne divengano proprietari entro diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione. I medesimi soggetti operano ritenute limitatamente al 10 per cento del loro ammontare nel caso di lavoratori che, al momento dell’opzione, abbiano comunicato almeno tre figli minorenni o a carico anche in affido pre-adottivo, o che siano divenuti proprietari di un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia successivamente al trasferimento o nei dodici mesi precedenti al trasferimento ovvero che ne divengano proprietari entro diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione. Le ritenute sono operate sulle somme e i valori imponibili corrisposti dal periodo di paga successivo al ricevimento della richiesta.
A fine anno o alla cessazione del rapporto di lavoro, i sostituti di imposta effettuano il conguaglio tra le ritenute operate e l’imposta dovuta sull’ammontare complessivo degli emolumenti, ridotto alla percentuale sopra indicata, corrisposto a partire dal 1° gennaio dell’anno di riferimento.
Quanto sopra previsto non si applica nel caso in cui il lavoratore comunichi al datore di lavoro il trasferimento fuori dall’Italia della propria residenza o del proprio domicilio.