Esportatore abituale: detrazione Iva nella definizione agevolata


L’esportatore abituale, qualora abbia correttamente versato gli importi dovuti ai fini della definizione agevolata di cui all’art. 6, D.L. n. 119/2018, può legittimamente esercitare il diritto alla detrazione dell’IVA del termine biennale previsto dall’art. 60, co. 7 del decreto Iva, che decorre dal 31 luglio 2020 per i pagamenti eseguiti prima di tale data, e dalla data di ciascun versamento per le rate pagate successivamente (Agenzia entrate – risposta 22 giugno 2021, n. 422).

La disciplina della definizione agevolata delle controversie tributarie, stabilisce che le controversie attribuite alla giurisdizione tributaria in cui è parte l’Agenzia delle entrate, aventi ad oggetto atti impositivi, pendenti in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello in Cassazione e anche a seguito di rinvio, possono essere definite, a domanda del soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio o di chi vi è subentrato o ne ha la legittimazione, con il pagamento di un importo pari al valore della controversia.
Inoltre, il decreto Iva stabilisce che il contribuente ha diritto di rivalersi dell’imposta o della maggiore imposta relativa ad avvisi di accertamento o rettifica nei confronti dei cessionari dei beni o dei committenti dei servizi soltanto a seguito del pagamento dell’imposta o della maggiore imposta, delle sanzioni e degli interessi. In tal caso, il cessionario o il committente può esercitare il diritto alla detrazione, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui ha corrisposto l’imposta o la maggiore imposta addebitata in via di rivalsa ed alle condizioni esistenti al momento di effettuazione della originaria operazione.
Il contribuente può, quindi, esercitare la rivalsa dopo aver effettivamente pagato l’imposta accertata (oltre le sanzioni e gli interessi dovuti). Inoltre, l’esercizio del diritto a detrazione da parte del cessionario o committente è subordinato, in deroga agli ordinari principi, all’avvenuto pagamento dell’IVA addebitatagli in via di rivalsa dal cedente o prestatore.
L’Agenzia delle Entrate ha precisato come il cedente o prestatore possa avvalersi della detrazione anche a seguito della definizione agevolata della controversia, ricordando tuttavia, che in relazione alle controversie per le quali il contribuente abbia presentato la domanda di definizione agevolata, l’esercizio della rivalsa è consentito solo a seguito dell’avvenuto pagamento dell’importo eventualmente da versare per la definizione e comunque decorso il termine previsto dal legislatore senza che via si stata la notifica del diniego alla definizione medesima.
Tali conclusioni possono essere estese anche all’ipotesi di definizione agevolata delle controversie tributarie, con la conseguenza che il termine biennaledecorre:
– dal 31 luglio 2020, per i pagamenti eseguiti prima di tale data;
– dalla data di ciascun versamento, per le rate pagate dopo tale data.


Con riferimento, nello specifico, all’ipotesi in cui siano stati contestati acquisti senza il pagamento dell’imposta oltre il limite del plafond disponibile, l’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto all’esportatore abituale la possibilità di esercitare direttamente il diritto alla detrazione dell’IVA pagata a seguito di accertamento.
Pertanto, la tutela del principio di neutralità del tributo impone che la facoltà di detrarre l’IVA pagata in sede di accertamento, sia riconosciuta anche nelle ipotesi in cui, in deroga alle comuni regole di funzionamento del tributo, sia debitore d’imposta il cessionario/committente in luogo del cedente/prestatore.
L’esportatore abituale cui sia stato contestato lo splafonamento potrà esercitare il diritto alla detrazione, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il medesimo ha provveduto al pagamento dell’imposta, della maggiore imposta, delle sanzioni e degli interessi.

Nuove precisazioni sul Superbonus dal Fisco


In materia di Superbonus, forniti chiarimenti sugli interventi antisismici e di riqualificazione energetica mediante demolizione di due edifici unifamiliari e ricostruzione di un unico edificio composto da due unità immobiliari (Agenzia delle Entrate – Risposta 22 giugno 2021, n. 423).

Nel caso di specie, in relazione agli interventi antisismici e di riqualificazione energetica mediante demolizione di due edifici unifamiliari e ricostruzione di un unico edificio composto da due unità immobiliari, in presenza di tutti i requisiti e le condizioni normativamente previste, al contribuente non è precluso l’accesso al Superbonus con riferimento alle spese per interventi antisismici realizzati su entrambi gli edifici unifamiliari demoliti, mentre per gli interventi di riqualificazione energetica potrà accedere all’agevolazione solo in relazione alle spese sostenute per l’edificio dotato di impianto di riscaldamento, fermo restando che per tali ultime spese il beneficio non si applica alle spese sostenute per la parte eccedente il volume ante-operam.
Con specifico riferimento all’intervento di sostituzione degli infissi, considerato che i lavori di demolizione e ricostruzione possono comportare il cambiamento delle dimensioni, della posizione e dell’orientamento degli stessi, in forza di quanto previsto dal D.P.R. 380/2001 e s.m.i. e tenuto conto che in questi casi il principio di risparmio energetico tra la situazione ante e post intervento è garantita dal rispetto dei requisiti minimi previsti dal decreto 26 giugno 2015 (c.d. Decreto Requisiti Minimi), il quale assimila gli edifici sottoposti a demolizione e ricostruzione a nuove costruzioni, l’Agenzia ritiene che possa essere valorizzata la sola situazione finale e che, quindi, nella scheda descrittiva predisposta secondo il modello allegato al decreto del Ministro dello sviluppo economico 6 agosto 2020 (cd. “decreto Asseverazioni”) debbano essere indicate le informazioni relative alla situazione post intervento.


COVID-19: come arriva il nuovo sostegno


Sostegni bis automatici per chi ha la partita Iva erogati con bonifici e crediti d’imposta (AGENZIA DELLE ENTRATE – Comunicato 22 giugno 2021)

Sono stati disposti i pagamenti dei contributi a fondo perduto riconosciuti in via automatica dal Decreto Sostegni bis (art. 1 del Dl n. 73/2021) a favore degli operatori economici, colpiti dall’emergenza epidemiologica “Covid-19”, già beneficiari del contributo previsto dal primo decreto Sostegni (Dl n. 41/2021). Si tratta di bonifici che, senza bisogno di nuove istanze, verranno accreditati direttamente sui conti correnti dei soggetti che avevano richiesto e ricevuto l’aiuto previsto dal primo decreto Sostegni. A questi bonifici si sommano inoltre crediti d’imposta che vengono riconosciuti, sempre in via automatica, agli operatori che avevano scelto questa modalità di erogazione.
Il nuovo contributo viene corrisposto dall’Agenzia delle Entrate con la stessa modalità che il beneficiario aveva scelto per il precedente. Pertanto, se per il contributo a fondo perduto del primo decreto Sostegni si era optato per l’erogazione tramite bonifico postale o bancario, il contributo automatico del decreto Sostegni bis viene accreditato sullo stesso conto corrente bancario o postale. Se, invece, per il precedente contributo si era scelto l’utilizzo in compensazione, anche il nuovo contributo automatico del decreto Sostegni bis è riconosciuto sotto forma di credito d’imposta, che sarà utilizzabile in compensazione nel modello F24 con l’indicazione del codice tributo 6941. Il nuovo contributo automatico spetta esclusivamente ai soggetti con partita Iva attiva al 26 maggio 2021, data di entrata in vigore del decreto Sostegni bis, purché il precedente contributo non sia stato indebitamente percepito né restituito.


Credito d’imposta adeguamento ambienti di lavoro: soppresso codice tributo 6918


Con la Risoluzione n. 43/E del 22 giugno 2021, l’Agenzia delle Entrate ha disposto la soppressione del codice tributo 6918, previsto per l’utilizzo in compensazione tramite F24 del credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro alle prescrizioni sanitarie e alle misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19. Il codice tributo può essere utilizzato fino al 30 giugno 2021.

Con il DL Rilancio (art. 120 del Decreto Legge n. 34 del 2020), al fine di sostenere ed incentivare l’adozione di misure legate alla necessità di adeguare i processi produttivi e gli ambienti di lavoro alle misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19, è stato introdotto un credito d’imposta pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020 per l’adeguamento degli ambienti di lavoro, fino a un massimo di 80.000 euro.
Il cd. “bonus adeguamento degli ambienti di lavoro” è riconosciuto ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico, alle associazioni, alle fondazioni e agli altri enti privati, compresi gli enti del Terzo settore, in relazione agli interventi necessari per far rispettare le prescrizioni sanitarie e le misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19, ivi compresi quelli edilizi necessari per il rifacimento di spogliatoi e mense, per la realizzazione di spazi medici, ingressi e spazi comuni, per l’acquisto di arredi di sicurezza, nonché in relazione agli investimenti in attività innovative, ivi compresi quelli necessari ad investimenti di carattere innovativo quali lo sviluppo o l’acquisto di strumenti e tecnologie necessarie allo svolgimento dell’attività lavorativa e per l’acquisto di apparecchiature per il controllo della temperatura dei dipendenti e degli utenti.
I soggetti in possesso dei requisiti per accedere al credito d’imposta devono comunicare all’Agenzia delle Entrate l’ammontare delle spese ammissibili, entro il 31 maggio 2021.
Per ciascun beneficiario, il credito d’imposta è pari al 60 per cento delle spese complessive risultanti dall’ultima comunicazione validamente presentata, in assenza di successiva rinuncia. Come accennato in precedenza l’ammontare massimo delle spese ammissibili non può eccedere il limite di 80.000 euro.
Il credito d’imposta, in relazione alle spese effettivamente sostenute, può essere utilizzato esclusivamente in compensazione, tramite modello F24, dal giorno lavorativo successivo alla corretta ricezione della relativa comunicazione e in ogni caso dal 1° gennaio al 30 giugno 2021. A tal fine, il modello F24 deve essere presentato esclusivamente attraverso i servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle Entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento.
In alternativa all’utilizzo diretto i beneficiari possono cedere il credito a soggetti terzi, con facoltà di successiva cessione. I cessionari, a loro volta, utilizzano il credito d’imposta esclusivamente in compensazione tramite modello F24 telematico, entro il 30 giugno 2021.
Per consentire l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta è stato istituito il codice tributo “6918” denominato “Credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro – articolo 120 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34”.


In considerazione del termine di utilizzo del credito d’imposta, fissato al 30 giugno 2021, l’Agenzia delle Entrate ha disposto la soppressione del predetto codice tributo 6918 a decorrere dal 1° luglio 2021.

Federalismo fiscale: trasmissione delle delibere


Attivazione della procedura di trasmissione delle delibere di province e città metropolitane tramite il portale del federalismo fiscale

A decorrere dal 16 giugno 2021 è stato attivato nell’ambito del Portale del federalismo fiscale il servizio “Gestione tributi provinciali“, destinato alla trasmissione da parte delle Province e Città Metropolitane delle delibere regolamentari e tariffarie in materia tributaria, ai fini della relativa pubblicazione sul sito internet www.finanze.gov.it.
Le modalità per l’accesso al servizio “Gestione tributi provinciali” sono descritte nell’apposita guida.
La procedura di invio tramite il Portale del federalismo fiscale è l’ unica modalità di trasmissione degli atti in questione al Ministero dell’economia e delle finanze. Non saranno, pertanto, pubblicati i documenti inviati in formato cartaceo o mediante e-mail o PEC. È, in particolare, superata la modalità di trasmissione all’indirizzo PEC dff.delibererca@pce.finanze.it.
Si rammenta che per le delibere di variazione dell’aliquota dell’imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore (imposta RC auto) la pubblicazione sul sito internet www.finanze.gov.it costituisce condizione di efficacia, acquisendo le stesse effetto dal primo giorno del secondo mese successivo a quello di pubblicazione.
La pubblicazione dei regolamenti e delle delibere di determinazione delle tariffe dei tributi provinciali diversi dall’imposta RC Auto – vale a dire, a legislazione vigente, l’imposta provinciale di trascrizione (IPT) e il tributo per l’esercizio delle funzioni di tutela, protezione e igiene dell’ambiente (TEFA) – svolge, invece, una finalità meramente informativa.
La trasmissione delle delibere e dei regolamenti tramite il Portale del federalismo fiscale deve essere effettuata mediante caricamento del testo degli atti e, per le sole delibere in materia di imposta RC auto, anche della misura dell’aliquota nelle stesse stabilita.
Il formato elettronico da utilizzare per l’invio del testo dell’atto sarà definito da apposito decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dell’interno, sentita l’Agenzia per l’Italia digitale, e previa intesa in sede di Conferenza Stato-città ed autonomie locali. Nelle more dell’emanazione del decreto in questione, è sufficiente che il documento sia inserito in formato pdf di dimensione non superiore a 3 MB. La produzione del file pdf attraverso gli appositi convertitori da file di tipo documento, anziché mediante scansione, consente di non superare la dimensione massima consentita e di assicurare una migliore leggibilità del testo dell’atto da parte degli utenti del sito internet.
Il buon esito della procedura di inserimento delle delibere e dei regolamenti è attestato da una ricevuta in formato pdf che può essere scaricata dall’utente della Provincia o Città Metropolitana al termine dell’operazione e resta, in ogni caso, disponibile nella schermata di visualizzazione dei dati inseriti. Entro le ventiquattro ore successive all’acquisizione del documento, la medesima ricevuta viene altresì trasmessa all’ente locale mediante PEC, utilizzando l’indirizzo che l’utente ha scelto in fase di inserimento a partire da una lista popolata sulla base degli indirizzi PEC presenti su Indice PA.
In ordine agli atti relativi alle annualità precedenti al 2021, si precisa che le delibere di variazione dell’imposta RC auto, già pubblicate sul sito internet www.finanze.gov.it a decorrere dall’anno 2011 in quanto soggette a pubblicità costitutiva, sono state trasferite a cura del Ministero nella nuova applicazione.
Per i tributi provinciali diversi dall’imposta RC auto, invece, la pubblicazione avrà ad oggetto solo le delibere tariffarie e i regolamenti relativi alle annualità dal 2021 in avanti.
Per quanto riguarda gli atti concernenti l’anno 2021 che, nelle more dell’attivazione del servizio del Portale del federalismo fiscale in questione, sono stati trasmessi tramite PEC, si fa presente che il Ministero ha proceduto al relativo caricamento nell’applicazione e alla conseguente pubblicazione sul sito internet.

 


Studi di settore: soci lavoratori come dipendenti giustificano lo scostamento


In tema di accertamento basato sullo scostamento dagli studi di settore, l’organizzazione d’impresa caratterizzata da ristretta compagine familiare, in cui i soci sono allo stesso tempo dipendenti e amministratori della società, giustifica l’incoerenza dell’indice di produttività per addetto e l’incongruità dei ricavi dichiarati, rendendo inattendibili le risultanze dello studio di settore per insussistenza dei presupposti (Corte di Cassazione – Ordinanza 17 giugno 2021, n. 17303).

Il Caso

La controversia trae origine dall’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate ha accertato maggiori ricavi non dichiarati sulla base delle risultanze degli studi di settore. È stata contestata, in particolare:
– l’incoerenza dell’indice di produttività per addetto, in considerazione delle voci di costi per retribuzioni di dipendenti, per contributi e accantonamenti superiori all’utile di esercizio dichiarato;
– l’inadeguatezza della percentuale di ricarico applicata.
Da tali incongruenze, l’Agenzia delle Entrate ha dedotto una gestione antieconomica dell’attività, giustificando la rideterminazione presuntiva del reddito d’impresa, con onere di prova contraria a carico del contribuente.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso della società affermando l’inattendibilità delle risultanze degli studi di settore, in considerazione delle caratteristiche e delle condizioni di esercizio della specifica attività svolta. In particolare, secondo i giudici:
– essendo la società caratterizzata da una ristretta compagine familiare ed essendo i soci, allo stesso tempo dipendenti e amministratori della medesima, non sussistevano i presupposti legittimanti la presunzione del comportamento antieconomico;
– dai CUD risultava che tutti i soci erano stati inquadrati come soci-lavoratori, percependo mensilmente un reddito da lavoro dipendente e ciò era confermato dall’iscrizione di ciascuno di essi alla gestione commercianti dell’Inps con versamento dei relativi contributi;
– i costi sostenuti per collaborazioni coordinate e continuative, uniti all’utile di esercizio, costituivano l’utile conseguito dalla società durante l’esercizio, che, invece di essere distribuito a fine anno, era stato distribuito mensilmente ai soci.


Decisione della Cassazione

La decisione è stata impugnata dall’Agenzia delle Entrate, ma la Corte di Cassazione ne ha confermato la legittimità, dal momento che i giudici tributari avevano, con valutazione di merito non sindacabile in sede di legittimità, ritenuto provata la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli “standards” degli studi di settore.
La Corte Suprema ha osservato che secondo la disciplina in materia, gli accertamenti possono essere fondati anche sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, ovvero dagli studi di settore.
In proposito, ha chiarito che la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati quali meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente. In tale sede, quest’ultimo ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli “standards” o la specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello “standard” prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente. L’esito del contraddittorio, tuttavia, non condiziona l’impugnabilità dell’accertamento, potendo il giudice tributario liberamente valutare tanto l’applicabilità degli “standards” al caso concreto, da dimostrarsi dall’ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente che, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà, incluso il ricorso a presunzioni semplici, anche se non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte. In tal caso, però, egli assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l’Ufficio può motivare l’accertamento sulla sola base dell’applicazione degli “standards”, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, ed il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all’invito.
Nel caso esaminato, osserva la Suprema Corte, i giudici tributari, a fronte di un accertamento di maggiori ricavi (non dichiarati) basato sulla applicazione dello studio di settore per antieconomicità di gestione, hanno ritenuto – con una valutazione di merito non sindacabile in sede di legittimità – provata dalla contribuente l’esclusione dell’attività di impresa dall’area di applicazione degli standards.
In particolare, avuto riguardo alla ristretta compagine familiare e all’inquadramento dei soci come dipendenti e amministratori, deve ritenersi sussistente la specifica causa di giustificazione dello scostamento, in relazione all’indicatore del “valore aggiunto per addetto” delle spese per lavoro dipendente, indicata dall’Agenzia delle Entrate nel comunicato stampa del 27.6.2007.

Convertito in Legge il “Decreto Riaperture”


Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 146 del 21 giugno 2021, la Legge 17 giugno 2021, n. 87 di conversione in legge del D.L. n. 52/2021 (D.L. Riaperture), recante misure urgenti per la graduale ripresa delle attività economiche e sociali nel rispetto delle esigenze di contenimento della diffusione dell’epidemia da Covid-19.

La conversione in Legge del DL Riaperture abroga il DL Riaperture-bis (D.L. n. 65/2021) andando a ricomprendere tutte le misure previste dal decreto abrogato su:


– limiti orari agli spostamenti;


– attività dei servizi di ristorazione;


– attività commerciali all’interno di mercati e centri commerciali;


– palestre, piscine, centri natatori e centri benessere;


– eventi sportivi aperti al pubblico;


– impianti nei comprensori sciistici;


– attività di sale giochi, sale scommesse, sale bingo e casinò;


– parchi tematici e di divertimento;


– centri culturali, centri sociali e ricreativi, feste e cerimonie;


– corsi di formazione;


– musei e altri istituti e luoghi della cultura.


La conversione il legge del DL Riaperture conferma quindi il calendario della progressiva eliminazione delle restrizioni per il contenimento del contagio da Covid-19, prevedendo che tutte le attività oggetto di precedenti limitazioni debbano svolgersi in conformità ai protocolli e alle linee guida adottati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.


Precisazioni sull’esposizione delle voci di costo degli operatori economici


Ai fini delle formalità doganali, forniti chiarimenti sull’esposizione delle voci di costo da parte degli operatori economici (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Determinazione 18 giugno 2021, n. 202841/RU).

Gli operatori economici che svolgono operazioni doganali per conto di privati sono tenuti, nell’ambito delle operazioni per le quali sorge o potrebbe sorgere una obbligazione doganale, ad esplicitare in modo chiaro ed inequivocabile le singole voci di spesa addebitate al destinatario finale relative all’espletamento dei loro servizi.
L’esposizione degli importi, singolarmente calcolati, relativi al dazio, all’IVA e ad eventuali altri tributi oggetto di riscossione da parte dell’Autorità doganale nonché le spese relative ai servizi prestati dai citati intermediari, deve essere rappresentata con la massima chiarezza e trasparenza, onde evitare di ingenerare confusione nei consumatori circa gli oneri e le spese sostenute al momento dello sdoganamento.
A tal fine, i suddetti operatori sono tenuti a non identificare, nei documenti commerciali, le spese relative ai loro servizi con diciture quali “oneri doganali” ovvero “costi di sdoganamento” o altre definizioni che richiamano l’attività di liquidazione degli oneri connessi all’obbligazione doganale ed alla successiva riscossione da parte dell’Autorità doganale.
Il suddetto comportamento costituisce parametro di valutazione del livello di compliance degli operatori economici, di cui all’art. 39 del CDU, ai fini del rilascio, mantenimento e revoca dell’autorizzazione AEO.


Stock option: momento rilevante per la tassazione del capital gain


In tema di reddito di lavoro dipendente, la Corte di Cassazione ha affermato che in caso di stock option, per stabilire il regime di tassazione applicabile alla plusvalenza (capital gain) data dalla differenza tra il prezzo di vendita delle azioni e il loro prezzo al momento dell’attribuzione dei diritti di opzione sui titoli, occorre fare riferimento al momento dell’esercizio del diritto di opzione da parte del dipendente, a prescindere dal momento in cui l’opzione sia stata offerta (Ordinanza 17 giugno 2021, n. 17326).

Il Caso

La controversia trae origine del rigetto dell’istanza di rimborso Irpef relativa alle ritenute operate dal datore di lavoro sulla plusvalenza (capital gain) realizzata dalla differenza tra il prezzo di vendita delle azioni e il loro prezzo al momento dell’attribuzione dei diritti di opzione sui titoli (stock option), che il contribuente riteneva applicate in misura maggiore rispetto al regime fiscale più favorevole.
Nella fattispecie il dipendente ha ricevuto i diritti di opzione per l’acquisto di azioni della società nel 2005 e nei primi mesi del 2006, ed ha esercitato il diritto di opzione con l’assegnazione delle azioni a novembre 2006.
I giudici tributari hanno ritenuto legittimo il rigetto all’istanza di rimborso, confermando la tassazione applicata, evidenziando che il momento rilevante per l’individuazione della disciplina tributaria applicabile coincide con quello di assegnazione delle azioni.
Il contribuente ha impugnato la decisione, sostenendo applicazione del regime fiscale più favorevole in vigore al momento di assegnazione delle stock option, in considerazione della previsione dello Statuto del Contribuente che, relativamente ai tributi periodici, sancisce l’applicabilità delle modifiche solo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore delle disposizioni che le prevedono.

Decisione della Cassazione

La disciplina fiscale in materia di redditi di lavoro dipendente riguardante la tassazione delle stock option ha subito nel 2006 tre distinti interventi modificativi:
– con il primo (entrato in vigore a luglio 2006), ne è stata sancita l’abrogazione, con la conseguenza che è stato attratto a tassazione ordinaria, come reddito di lavoro dipendente, l’incremento di valore prima escluso;
– con il secondo intervento (entrato in vigore ad agosto 2006), la disciplina prima abrogata è stata reintrodotta, con l’aggiunta di due nuove condizioni applicative (per cui era anche richiesto che: 1) le azioni ricevute non fossero cedute o costituite in garanzia nei cinque anni successivi alla data di assegnazione e: 2) che il valore delle azioni assegnate non superasse l’importo della retribuzione lorda annua relativa al periodo di imposta precedente a quello di assegnazione);
– con il terzo intervento (entrato in vigore ad ottobre 2006), sono state mantenute le due condizioni di accesso alla disciplina agevolativa previste nell’originario regime e sono state introdotte ulteriori tre condizioni, ossia 1) il mantenimento, nei cinque anni successivi alla data di assegnazione, di un investimento delle azioni ricevute almeno pari alla differenza tra il valore normale delle azioni al momento dell’assegnazione e l’ammontare corrisposto dal beneficiario; 2) l’esercitabilità dell’opzione “non prima” che siano scaduti tre anni dalla sua attribuzione; 3) la quotazione delle azioni oggetto delle stock option quando l’opzione diviene esercitabile.
In proposito, la Corte Suprema ha affermato che secondo l’indirizzo giurisprudenziale consolidato, in tema di determinazione del reddito di lavoro dipendente, la disciplina di tassazione applicabile ratione temporis alle stock options va individuata in quella vigente al momento dell’esercizio del diritto di opzione da parte del dipendente, a prescindere dal momento in cui l’opzione sia stata offerta. Ciò in quanto, l’operazione cui consegue la tassazione non va identificata nell’attribuzione gratuita del diritto di opzione, che non è soggetta a imposizione tributaria, ma nell’effettivo esercizio di tale diritto mediante l’acquisto delle azioni, che costituisce il presupposto dell’imposizione commisurata proprio al prezzo delle stesse e che è rimesso alla libera scelta del beneficiato.


Nel caso di specie, dunque, correttamente è stata ritenuta applicabile la disciplina formata in base all’ultima modifica (in vigore da ottobre 2006), in considerazione del fatto che il dipendente ha esercitato i diritti di opzione con l’acquisto di un certo numero di azioni e con la contestuale rivendita di parte delle azioni nel novembre 2006.


La Suprema Corte ha precisato, inoltre, che deve ritenersi impropria la contestata violazione del divieto di retroattività delle norme tributarie sancito dallo Statuto del Contribuente. Ciò in quanto la disposizione si riferisce ai tributi periodici, mentre la tassazione del reddito (Irpef) costituisce un’obbligazione tributaria di carattere istantaneo.

Covid-19: Italia “bianca”


Dal 21 giugno 2021, con il passaggio in zona bianca delle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Sicilia, Toscana e della Provincia autonoma di Bolzano, l’Italia è tutta “bianca” fatta eccezione per la Valle d’Aosta che resta in zona gialla (Ministero salute – ordinanza 18 giugno 2021).

In base alle disposizioni e alle ordinanze del Ministro della Salute, dal 21 giugno 2021 l’Italia è cosi suddivisa:


– zona bianca: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Provincia Autonoma di Bolzano, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto;


zona gialla: Valle d’Aosta;


– zona arancione: nessuna regione;


– zona rossa: nessuna regione.