Nuove agevolazioni per i grandi progetti di Ricerca e Sviluppo


Il Ministero dello Sviluppo Economico ha rilanciato gli interventi agevolativi in favore dei grandi progetti di Ricerca e Sviluppo, con una dotazione finanziaria complessiva di oltre 500 milioni di euro (Ministero Sviluppo Economico – decreti 02 agosto 2019).

Con il primo intervento, il Ministero dello Sviluppo Economico ha deciso di rifinanziare su tutto il territorio nazionale interventi agevolativi a favore delle imprese che investono in grandi progetti di ricerca e sviluppo nei settori “Agenda digitale” e “Industria sostenibile”.
La misura è finanziata dalle risorse del Fondo Rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti di Cassa depositi e prestiti, e del Fondo per la crescita sostenibile del Ministero.
Con il secondo intervento, invece, il Ministero dello Sviluppo Economico ha definito la prosecuzione della strategia attuata attraverso lo strumento degli Accordi per l’innovazione e introduce un nuovo intervento agevolativo, di natura negoziale, a favore di progetti di ricerca e sviluppo, realizzati nell’ambito di Accordi sottoscritti dal Ministero con le regioni, le province autonome e le altre amministrazioni pubbliche interessate, nei settori applicativi della Strategia nazionale di specializzazione intelligente.
Viene quindi istituito un nuovo intervento agevolativo in favore dei progetti di ricerca e sviluppo, promossi nell’ambito delle seguenti aree tecnologiche:
– Fabbrica intelligente;
– Agrifood;
– Scienze della vita;
– Calcolo ad alte prestazioni.

Nessuna agevolazione “prima casa” con immobile locato nello stesso Comune


12 SETT 2019 Non si applicqano le agevolazioni prima casa in caso di possidenza di altro immobile situato nello stesso Comune concesso in locazione (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 10 settembre 2019, n. 378)

Il diritto a beneficiare dell’agevolazione “prima casa” consiste nell’applicazione dell’imposta di registro con l’aliquota del 2 per cento e delle imposte ipotecaria e catastale nella misura fissa di Euro 50 ciascuna per gli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di case di abitazione, ad eccezione di quelle appartenenti alle categorie catastali A1, A8 e A9, a condizione che:
a) l’immobile sia ubicato nel territorio del comune in cui l’acquirente ha o stabilisca entro diciotto mesi dall’acquisto la propria residenza o, se diverso, in quello in cui l’acquirente svolge la propria attività;
b) nell’atto di acquisto l’acquirente dichiari di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l’immobile da acquistare;
c) nell’atto di acquisto, l’acquirente dichiari di non essere titolare, neppure per quote, anche in regime di comunione legale su tutto il territorio nazionale dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le agevolazioni.
Costituiscono, quindi, condizioni ostative alla fruizione dei benefici “prima casa”, tra l’altro, la titolarità dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nello stesso comune del nuovo acquisto, ovvero acquistata con le agevolazioni indipendentemente dal luogo in cui essa è posta.
Il riferimento operato dalla vigente normativa all’ampia nozione di “casa di abitazione” porta a ritenere che la fruizione dell’agevolazione debba essere esclusa in tutti i casi in cui il soggetto che intende fruire dell’agevolazione risulti già in possesso nello stesso Comune, o nell’intero territorio nazionale se acquistato con le agevolazioni, di un immobile ad uso abitativo.
Non è richiesta dalla norma, invece, la verifica del concreto utilizzo che dell’immobile viene fatto né con riferimento alle case di abitazione che il contribuente già possiede e che possono precludere l’accesso all’agevolazione né con riferimento all’immobile che si intende acquistare.
La citata disposizione conferisce, tuttavia, rilievo alla circostanza che la titolarità attuale dei diritti enunciati riguardi “case di abitazione”; deve trattarsi, pertanto, di immobili che, sulla base di criteri oggettivi, risultino astrattamente idonei al soddisfacimento di esigenze abitative.
Non ha, infatti, rilevanza l’utilizzazione di fatto diversa dalla classificazione catastale. In osservanza dei medesimi criteri è possibile asserire, di contro, che l’agevolazione non è applicabile nel caso in cui l’acquirente sia titolare, nel comune dove acquista, di altro immobile classificato o classificabile in catasto come abitazione, indipendentemente dall’utilizzazione di fatto.
L’inidoneità deve essere valutabile sulla base di criteri oggettivi, con la conseguenza che la fruizione dell’agevolazione per un nuovo acquisto può essere riconosciuta nel caso “di assoluta inidoneità (quale può essere, ad esempio, l’inagibilità) dell’immobile (già posseduto) all’uso abitativo”.
Non può attribuirsi rilevanza ad un concetto di “inidoneità” collegato ad una indisponibilità “giuridica” (ad esempio, in virtù del contratto di locazione) di carattere meramente temporaneo, e comunque dipendente dalla volontà del soggetto.


Una diversa interpretazione, infatti, si ritiene che non trovi riscontro nel disposto normativo secondo cui l’acquirente deve dichiarare in atto “di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l’immobile da acquistare”.
Peraltro, si rileva che anche nel caso di acquisto di una casa di abitazione la circostanza che tale immobile sia a sua volta locato a terzi non costituisce una “causa di forza maggiore” idonea a giustificarne il mancato trasferimento della residenza da parte dell’acquirente nel termine di legge.
Infine, il diritto di cui è titolare il proprietario di un immobile dato in locazione è differente e non assimilabile a quello di nuda proprietà; pertanto, non possono applicarsi le stesse conclusioni.
Nel caso in oggetto esaminato dall’Amministrazione finanziaria, l’istante non può fruire dei benefici prima casa, avendo la proprietà di altro immobile ubicato nello stesso Comune e non potendo, dunque, dichiarare nell’atto di acquisto “di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l’immobile da acquistare”.

IRAP: è dovuta se la quota al collaboratore familiare è considerevole

L’attribuzione al collaboratore di una quota considerevole di partecipazione al reddito dell’impresa familiare rappresenta un elemento indicativo della sussistenza del presupposto di autonoma organizzazione, da cui discende l’assoggettamento ad IRAP dell’attività di promotore finanziario (Corte di Cassazione – Ordinanza n. 22469 del 2019)

IL CASO


Il contribuente, titolare dell’impresa familiare, che svolge l’attività di promotore finanziario, attribuendo alla moglie la quota di partecipazione al reddito d’impresa nella misura massima consentita (49 per cento), ha presentato istanza di rimborso dell’IRAP pagata, deducendo di averne diritto per assenza del presupposto di autonoma organizzazione.
L’Amministrazione finanziaria ho opposto il silenzio rifiuto sull’istanza di rimborso valorizzando la collaborazione della moglie quale elemento integrante l’autonoma organizzazione, da cui l’assoggettamento ad imposta.
I giudici tributari, invece, hanno riconosciuto il diritto al rimborso, osservando che, ai fini della sussistenza del presupposto impositivo occorre la concreta dimostrazione che l’apporto del collaboratore familiare abbia effettivamente incrementato il fatturato aziendale; nella fattispecie, in difetto di specifica prova contraria, la particolarità dell’attività di promotore finanziario relega la collaborazione della moglie – priva di quella specifica qualifica ma semplicemente legata al contribuente in un’impresa familiare – ad un ambito meramente esecutivo, quale quello di segretaria o affine.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Nel riformare la decisione dei giudici tributari, con il rigetto della domanda di rimborso, la Corte di Cassazione ha osservato, preliminarmente, che in tema di IRAP, l’attività svolta dal promotore finanziario non è qualificabile automaticamente come attività di impresa, di per sé assoggettata ad imposta, ma richiede una valutazione complessiva, da parte del giudice di merito, degli elementi di fatto offerti dalla fattispecie concreta, poiché essa può essere svolta in qualità di dipendente, agente o mandatario e, quindi, può assumere connotati variabili tra:
– la figura del lavoro subordinato dipendente, esente da imposta;
– quella del lavoro autonomo, assoggettabile ad imposta solo in presenza di un’autonoma organizzazione;
– quella dell’attività d’impresa, pacificamente sottoposta ad imposizione.
Considerato che l’IRAP afferisce non al reddito o al patrimonio in sé, ma allo svolgimento di un’attività autonomamente organizzata per la produzione di beni e servizi, ne è soggetto passivo pure l’imprenditore familiare, ma non anche i familiari collaboratori, atteso che la collaborazione dei partecipanti integra quel quid pluris dotato di attitudine a produrre una ricchezza ulteriore (o valore aggiunto) rispetto a quella conseguibile con il solo apporto lavorativo personale del titolare ed è, quindi, sintomatica del relativo presupposto impositivo.
In particolare, costituiscono elementi indicativi della sussistenza del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione l’effettivo e continuativo apporto fornito all’impresa familiare dalla moglie del contribuente e l’attribuzione di un’elevata quota di partecipazione al reddito dell’impresa familiare.
Al contrario, deve ritenersi priva di pregio la presunzione che la collaborazione del partecipante all’impresa familiare si collochi in un ambito meramente esecutivo in considerazione del mancato possesso della qualifica prescritta dalla legge per lo svolgimento dell’attività.

Dichiarazione di successione: rettifica dell’errore materiale


11 SETT 2019 Per il Fisco , al di fuori delle ipotesi di errore materiale o di calcolo che emergono ‘ictu oculì, eventuali precisazioni o rettifiche per poter essere prese in considerazione dall’ufficio devono essere effettuate nelle stesse forme e negli stessi termini previsti per la dichiarazione che si intende correggere (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 10 settembre 2019, n. 375)

La dichiarazione di successione deve essere presentata entro un anno dalla data di apertura della successione, fino alla scadenza del termine di presentazione, la dichiarazione di successione può essere modificata.
Tale disposizione – che consente ai contribuenti che hanno compiuto errori nella dichiarazione di successione di presentare una nuova dichiarazione, modificativa della precedente, nel termine di un anno dalla data di apertura della successione – non può trovare applicazione nel caso in cui il contribuente intende integrare la dichiarazione di successione già presentata, oltre il termine di un anno.
In effetti, in ordine all’ipotesi di emendabilità della dichiarazione di successione oltre il termine previsto per la presentazione della dichiarazione, l’Amministrazione finanziaria ha avuto modo di fornire in passato chiarimenti dando la possibilità di procedere alla presentazione di una dichiarazione rettificativa, oltre il termine di presentazione della dichiarazione, per modificare in diminuzione il valore di un cespite.
In tale fattispecie veniva rilevato che il principio dettato dall’articolo 31, comma 3, del TUS deve essere coordinato con la previsione dettata dall’articolo 33, comma 2, del medesimo TUS secondo cui “in sede di liquidazione l’Ufficio provvede a correggere gli errori materiali e di calcolo commessi dal dichiarante nella determinazione della base imponibile”.
Dal combinato disposto delle richiamate norme si desume che al di fuori delle ipotesi di errore materiale o di calcolo che emergono ‘ictu oculì, eventuali precisazioni o rettifiche per poter essere prese in considerazione dall’ufficio devono essere effettuate nelle stesse forme e negli stessi termini previsti per la dichiarazione che si intende correggere.
Nel caso in oggetto, in cui l’istante chiede di conoscere se sia possibile procedere alla variazione della data di morte indicata in modo errato, si ritiene che la contribuente possa procedere alla rettifica dell’errore materiale contenuto nella dichiarazione di successione e che non incide nella determinazione della base imponibile, presentando una dichiarazione rettificativa e versando, per le formalità di trascrizione, le imposte catastale e ipotecaria in misura fissa la tassa ipotecaria, l’imposta di bollo e i tributi speciali.

Stabilimenti balneari in catasto


Gli stabilimenti balneari devono presentare gli atti di aggiornamento catastale per le strutture realizzate sull’arenile demaniale, anche per quelle semplicemente appoggiate sulla spiaggia (Agenzia Entrate – risposta n. 372/2019).

Sono soggette all’iscrizione in Catasto e al successivo aggiornamento tutte le unità immobiliari, costituite da una porzione di fabbricato, o da un fabbricato, o da un insieme di fabbricati ovvero da un’area che, nello stato in cui si trova e secondo l’uso locale, presenta potenzialità di autonomia funzionale e reddituale.
Sono inoltre considerate unità immobiliari i manufatti prefabbricati ancorché semplicemente appoggiati al suolo, quando siano stabili nel tempo e presentino autonomia funzionale e reddituale.
Al fine di poter quindi annoverare tra le “unità immobiliari” un manufatto, anche solo semplicemente appoggiato al suolo, occorre che siano contemporaneamente soddisfatti, oltre ai requisiti di “autonomia funzionale e reddituale del bene” anche quello della “stabilità nel tempo”.
Tali requisiti sono posseduti anche dallo stabilimento balneare con strutture realizzate sull’arenile demaniale, anche per quelle semplicemente appoggiate sulla spiaggia.
Pertanto anche gli stabilimenti balneari ricadono nell’obbligo di inventario catastale e quindi di dichiarazione previsto per tutte le unità immobiliari.

Locazioni brevi: l’uso di piattaforme online non esclude la cedolare secca

Con la Risposta a interpello n. 373 del 10 settembre 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’ausilio di intermediari immobiliari, anche attraverso portali online, per affittare per brevi periodi un appartamento a turisti non trasforma la locazione in attività di impresa. Di conseguenza il “privato” che si avvale dei servizi delle piattaforme online per le “locazioni brevi” può legittimamente optare l’applicazione della cedolare secca sugli affitti

In base al regime fiscale cd. “delle locazioni brevi”, i redditi derivanti da tali contratti possono essere assoggettati a tassazione optando per l’imposta sostitutiva nella forma della cedolare secca, con aliquota del 21 per cento.
A tal fine si considerano “locazioni brevi” i contratti di locazione, sublocazione e comodato a titolo oneroso di immobili ad uso abitativo di durata non superiore a 30 giorni, ivi inclusi quelli che prevedono la prestazione dei servizi di fornitura di biancheria e di pulizia dei locali, stipulati da persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa, direttamente o tramite soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare, ovvero soggetti che gestiscono portali telematici, mettendo in contatto persone in cerca di un immobile con persone che dispongono di unità immobiliari da locare.
La disposizione rimette poi al Ministero dell’Economia e delle Finanze, la possibilità di definire con proprio decreto di natura regolamentare i criteri in base ai quali l’attività di locazioni brevi si presume svolta in forma imprenditoriale, configurando un reddito d’impresa che esclude l’applicazione della cedolare secca.
In merito all’applicazione del regime fiscale delle locazioni brevi, è stato sollecitato il parere dell’Agenzia delle Entrate, alla luce di una norma locale (Legge provinciale di Bolzano), secondo la quale, la circostanza di avvalersi di portali telematici (quali, ad esempio AirBnB) che offrono servizi di pubblicità, intermediazione, prenotazione, valutazione e rendicontazione comporterebbe la qualificazione di un’attività commerciale, con la conseguente necessità di richiedere la licenza (comunicazione Suap), il numero di partita IVA, l’iscrizione alla Camera di Commercio ed all’INPS.
In proposito, esclusa la possibilità che la legge provinciale possa assumere rilevanza ai fini fiscali, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che il regime fiscale delle “locazioni brevi” si applica:
– sia nel caso di contratti stipulati direttamente tra locatore (proprietario o titolare di altro diritto reale, sublocatore, comodatario) e conduttore;
– sia nel caso in cui in tali contratti intervengano soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare, anche attraverso la gestione di portali online, che mettono in contatto persone in ricerca di un immobile con persone che dispongono di unità immobiliari da locare”.
Condizione necessaria per l’applicazione delle cedolare secca è, invece, che i contratti di locazione (breve) siano stipulati da persone fisiche al di fuori dell’esercizio di attività di impresa.
Riguardo a quest’ultimo requisito si osserva che, dal 2017 ad oggi, il Ministero non ha adottato il decreto che definisce i criteri presuntivi dell’attività svolta in forma imprenditoriale.
Trovano applicazione, dunque, i principi generali in materia di impresa, secondo i quali, con riferimento all’attività di locazioni immobiliari, il carattere imprenditoriale non è connotato nello svolgimento dell’attività stessa, ma si configura quando l’esercizio dell’attività è organizzato in forma di impresa. Ipotesi che si realizza, ad esempio, quando insieme alla messa a disposizione dell’abitazione sono forniti servizi aggiuntivi che non presentano una necessaria connessione con le finalità residenziali dell’immobile (quali, la fornitura della colazione, la somministrazione di pasti, la messa a disposizione di auto a noleggio o di guide turistiche o di interpreti) per i quali è sintomatico un livello seppur minimo di organizzazione.
D’altronde, la stessa disciplina della cedolare secca per le locazioni brevi, riconosce espressamente la possibilità di applicare l’imposta sostitutiva per i contratti stipulati con l’intermediazione di portali telematici.
Fermo restando il rispetto delle altre condizioni, dunque, è escluso che l’utilizzo dei servizi di pubblicità, intermediazione, prenotazione, valutazione e rendicontazione offerti dai portali telematici per l’esercizio dell’attività di “locazioni brevi” possa configurare la qualificazione di un’attività imprenditoriale e la conseguente disapplicazione della cedolare secca.

Il Fisco risponde sugli ISA


10 SETT 2019 Nella circolare del 9 settembre 2019, n. 20 l’Agenzia delle entrate risponde alle domande poste da operatori ed esperti che vanno dall’uso degli indici ai fini delle attività di analisi del rischio, all’indicazione di ulteriori componenti positivi, passando per cause di esclusione, precalcolate Isa 2019, regime premiale e proroga dei versamenti.

Come vengono considerati i contribuenti che presentano un punteggio compreso tra 6 e 7,99? E quali conseguenze per chi ottiene un punteggio particolarmente basso? A queste domande l’Agenzia ha risposto che l’attribuzione di un punteggio compreso tra 6 e 7,99 non comporta, di per sé, l’attivazione di un’attività di controllo. L’Agenzia terrà conto di un livello di affidabilità minore o uguale a 6 ai fini della definizione delle specifiche strategie di controllo basate su analisi del rischio di evasione fiscale.
Con riguardo invece alle cause di esclusione si ribadisce che i soggetti che possono usufruire del regime agevolato forfetario previsto dalla Legge n. 398/1991 non applicano gli Isa, poiché determinano l’imponibile applicando, all’ammontare dei proventi conseguiti nell’esercizio di attività commerciali, un coefficiente prestabilito. Sono esclusi anche i contribuenti che si avvalgono del nuovo regime forfetario (L. 190/2014) e di quello per l’imprenditoria giovanile (Dl n. 98/2011).
In caso di criticità evidenziate dagli indicatori di anomalia, i contribuenti possono modificare i dati precalcolati dopo averli verificati e procedere a calcolare un’altra volta il proprio Isa. Tuttavia non tutte le variabili precalcolate sono modificabili. Ad esempio, non possono essere modificati i coefficienti individuali per la stima dei ricavi/compensi. In tutti i casi in cui i dati non possono essere modificati, i contribuenti potranno utilizzare il campo delle note aggiuntive per fornire elementi tali da spiegare i disallineamenti. Nel caso di calcolo dell’Isa senza modifiche, questo sarà al riparo da eventuali contestazioni relative ai valori delle variabili precalcolate fornite e non modificate.
In caso di esito degli Isa che offra la possibilità di dichiarare ulteriori componenti positivi per ottenere un punteggio pari a 10, è possibile indicare anche un importo di componenti positivi che permetta di raggiungere un valore inferiore rispetto a quello proposto dall’Isa (ad esempio per ottenere un punteggio pari a 9) al fine di migliorare il proprio profilo di affidabilità e accedere al regime premiale. Sempre in tema di premialità, i contribuenti con punteggio pari o superiore a 8 possono utilizzare in compensazione, senza bisogno di richiedere l’apposizione del visto di conformità, i crediti per un importo non superiore a 20.000 euro annui relativi alle imposte dirette e all’imposta regionale sulle attività produttive, già a partire dal giorno successivo a quello della chiusura del periodo di imposta nel quale sono maturati, senza dover aspettare la presentazione del modello Isa.

Patent box fai da te: linee guida su cosa fare quando non sono coincidenti l’anno solare e fiscale


Online le linee guida da seguire per aderire al Patent Box “fai da te” per i soggetti IRES con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare in corso al 1° maggio 2019, che utilizzano per tale periodo il modello di dichiarazione “Redditi 2019-SC” o il modello di dichiarazione “Redditi 2019-ENC” (Agenzia Entrate – risoluzione 09 settembre 2019, n. 81/E).

I soggetti IRES con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare in corso al 1° maggio 2019, che utilizzano per tale periodo il modello di dichiarazione “Redditi 2019–SC” o il modello di dichiarazione “Redditi 2019–ENC”, esercitano l’opzione e, al contempo, comunicano il possesso della documentazione indicando il codice “1” nel campo “Situazioni particolari” posto nel frontespizio della dichiarazione, in corrispondenza del riquadro “Altri dati”. In tal caso, la quota annuale, pari a un terzo, della variazione in diminuzione riferibile alla quota di reddito escluso va riportata nel quadro RF dei predetti modelli, nel rigo RF50, colonna 1, oppure nel quadro RG del modello Redditi 2019-ENC, nel rigo RG23, colonna 1, o nel quadro RC del medesimo modello, nel rigo RC6 con il codice 1. Ai fini IRAP, i predetti soggetti indicano la quota annuale della variazione in diminuzione nel modello IRAP 2019, quadro IS, rigo IS89, colonna 1.


I soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare in corso al 1° maggio 2019, non obbligati all’attivazione delle procedure previste dall’art. 31-ter, D.P.R. n. 600/1973, possono comunicare, al fine di beneficiare dell’agevolazione prevista dal comma 2, il possesso della documentazione indicando nello stesso campo “Situazioni particolari” il codice “2”.

L’immobile da demolire e ricostruire non è un’area edificabile: illegittima la plusvalenza

La cessione di un fabbricato da demolire non è equiparabile alla cessione di un’area edificabile, pertanto deve ritenersi illegittimo l’accertamento di plusvalenza tassabile basato sulla riqualificazione della cessione di un immobile già destinato alla demolizione e successiva ricostruzione da parte dell’acquirente in una cessione di area edificabile (Corte di Cassazione – Ordinanza 09 settembre 2019, n. 22485)

IL CASO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente per recuperare a tassazione, come redditi diversi, la plusvalenza derivante dalla vendita di un fabbricato, con antistante area pertinenziale, destinato alla demolizione e successiva costruzione di nuovo edificio, considerando la vendita equiparabile alla cessione di area edificabile.
Su ricorso del contribuente i giudici tributari hanno disposto l’annullamento dell’atto di accertamento, ritenendo non configurabile una plusvalenza tassabile qualora la cessione riguardi costruzione già realizzata, sebbene destinata alla demolizione, e non di terreno suscettibile di utilizzazione edificatoria.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Nell’escludere la sussistenza di una plusvalenza tassabile ai fini IRPEF in capo al contribuente per la cessione di fabbricato destinato alla demolizione e successiva costruzione di nuovo edificio, la Corte di Cassazione ha affermato il principio guida secondo il quale, la cessione di un fabbricato da demolire non può ritenersi equiparabile alla cessione di un’area edificabile.
Più in dettaglio i giudici della Suprema Corte hanno sancito che:
– la norma (art. 67 del TUIR) che assoggetta a tassazione, quali “redditi diversi”, le plusvalenze realizzate a seguito di cessioni a titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria secondo gli strumenti urbanistici vigenti al momento della cessione, non è applicabile alle cessioni aventi ad oggetto, non un terreno “suscettibile di utilizzazione edificatoria”, ma un terreno sul quale insorge un fabbricato e che, quindi, è da ritenersi già edificato. In tal caso l’entità sostanziale del fabbricato non può essere mutata in terreno suscettibile di potenzialità edificatoria, sulla base di presunzioni derivate da elementi soggettivi, interni alla sfera dei contraenti, e, soprattutto, la cui realizzazione (nel caso in specie attraverso la demolizione del fabbricato) è futura (rispetto all’atto oggetto di tassazione), eventuale e rimessa alla potestà di soggetto diverso (l’acquirente) da quello interessato dall’imposizione fiscale;
– in applicazione della medesima norma (art. 67 del TUIR) devono ritenersi soggette a tassazione separata, quali “redditi diversi”, le plusvalenze realizzate a seguito di cessioni a titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria secondo gli strumenti urbanistici vigenti al momento della cessione, e non anche di terreni sui quali insiste un fabbricato e quindi, già edificati. Ciò vale anche qualora l’alienante abbia presentato domanda di concessione edilizia per la demolizione e ricostruzione dell’immobile e, successivamente alla compravendita, l’acquirente abbia richiesto la voltura nominativa dell’istanza; la ratio della norma, infatti, è quella di assoggettare ad imposizione la plusvalenza che trovi origine dall’avvenuta destinazione edificatoria del terreno in sede di pianificazione urbanistica e non da un’attività produttiva del proprietario o possessore.
In conclusione, secondo la Corte Suprema, in tema di IRPEF, ai fini della tassazione separata, quali “redditi diversi”, delle plusvalenze realizzate a seguito di cessioni, a titolo oneroso, di terreni dichiarati edificabili in sede di pianificazione urbanistica, l’alternativa fra “edificato” e “non edificato” non ammette un tertium genus, con la conseguenza che la cessione di un edificio, anche ove le parti abbiano pattuito la demolizione e ricostruzione con aumento di volumetria, non può essere riqualificata dall’amministrazione finanziaria come cessione del terreno edificabile sottostante; ciò neppure qualora l’edificio non assorba integralmente la capacità edificatoria residua del lotto su cui insiste, essendo inibito all’ufficio, in sede di riqualificazione, superare il diverso regime fiscale previsto tassativamente dal legislatore per la cessione di edifici e per quella dei terreni.

Omessa dichiarazione Iva: come mantenere salva la detrazione


In caso di omessa dichiarazione Iva, il contribuente mantiene il diritto alla detrazione del credito IVA se indica il medesimo credito nella dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto e sorto e rispetti tutti i requisiti sostanziali per la detrazione (Corte di Cassazione – ordinanza n. 22238/2019).

I giudici della Corte di Cassazione hanno chiarito che in caso di omessa dichiarazione annuale Iva, l’eccedenza d’imposta, che risulti da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e sia dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, va riconosciuta dal giudice tributario se il contribuente abbia rispettato tutti i requisiti sostanziali per la detrazione, sicché, in tal caso, nel giudizio d’impugnazione della cartella emessa dal fisco a seguito di controllo formale automatizzato non può essere negato il diritto alla detrazione se sia dimostrato in concreto, ovvero non sia controverso, che si tratti di acquisti compiuti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati ad IVA e finalizzati ad operazioni imponibili”.


Pertanto, la sussistenza dei requisiti sostanziali per godere del credito d’imposta, esclude la rilevanza dell’assenza di quelli formali, sempre che sia rispettata la cornice biennale prevista per l’esercizio del diritto di detrazione.
In conclusione si può quindi affermare che il contribuente mantiene il diritto alla detrazione del credito IVA se indica il medesimo credito nella dichiarazione presentata entro il secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto.